E per la laureanda Silvia "PenteoArt" il laboratorio diventa la sua tesi
Silvia Lepore ha: 25 anni, studia "Arte Multimediale' a Milano, all'Accademia di Belle Arti di Brera. Occhiali da vista di Dolce e Gabbana, t-shirt verde abbondante addosso: Silvia, che di nome d'arte fa "PenteoArt", sul laboratorio sociale Buridda incontrerà la tesi di laurea. «Affronterò la tematica dell'arte autoprodotta e degli spazi sociali - racconta - per cui ho deciso di raccontare l'esperienza genovese del Laboratorio sociale occupato di via Bertani, fra IllegalArt e spazi a disposizione per quell'arte contemporanea che, nel resto della città, non si può certo sperimentare». Ambiziosa, "PenteoArt" non nega che il centro sociale possa essere anche uno scalino importante, per la sua futura carriera artistica: «Alla, fine il Buridda è un punto di passaggio da non sottovalutare, nella nostra città; frequentato da artisti contemporanei di grande calibro. Certo, Genova è indietro di almeno cinque anni, rispetto all nuove tendenze rispetto a città come Milano, ma non dispero: quando parlo di, videoinstallazioni in questa città trovo ancora chi sgrana gli occhi. E, questo, per me, ha un lato positivo: significa poter un domani mettere a frutto la mia laurea in un territorio vergine in materia. 0 quasi». Pronta ad elencare una fila di artisti contemporanei che, a Milano, dopo aver "fatto gavetta" nei centri sociali, dal Leoncavallo in giù, si sono affermati, Silvia non ha dubbi nell'indicare l'unico punto all'avanguardia in materia a Genova.- «Un appiglio? La Rebecca Container Gallery, nei pressi di via San Bernardo. Per il resto, non c'è nulla». Silvia al Buridda viene ogni giorno, come tanti altri ragazzi laureandi («anche se molti lo ignorano, il nostro laboratorio sociale occupato è frequentato per metà da universitari, molti dei quali in dirittura d'arrivo al traguardo laurea. Sbaglia, e di grosso, chi pensa che qui ci siano solo ragazzi che si drogano o fanno chissà quali diavolerie»), lo frequenta perché «è un luogo aperto a tutti, pronto ad accogliere le persone nelle loro diversità e ad arricchirsi grazie a questo: non è un collettivo chiuso, come molti altri centri sociali, insomma». E conclude: «Non viviamo in un fortino, né vogliamo isolarci. Qui la parola d'ordine è partecipare. Fare. Organizzare insieme. Sperimentare. E' questa, la chiave con cui leggere l'importanza di questo spazio, per noi». SL P.
da il "SecoloXIX"-Genova- 3 settembre 2005, Sabato. Pag 21.
0 commenti:
Posta un commento