Ieri ero stata invitata a una grigliata. Ero entusiasta, un po' intimorita dalla sperimentazione, speravo di trovare dell'ombra, che era una giornata molto calda e temevo di patire l'afa, ma mi sentivo coraggiosa e volevo sperimentare una giornata all'aria aperta, una giornata d'estate, come tutte le persone normali. Mi sono svegliata abbastanza presto, ho mandato subito un messaggio all'amica che mi aveva invitato per sapere quando ci saremmo viste e nell'attesa ho navigato sul web e rifatto il letto, risparmiando le energie per la giornata in compagnia, immaginando che magari avrei conosciuto persone nuove e mi sarei divertita.
Mentre ero sotto la doccia mi arriva l'sms "vieni a mezzogiorno": purtroppo a mezzogiorno sono uscita dalla doccia! (ho sempre una gran sfiga in queste cose io) Così mi scuso, dicendo che uscivo immediatamente, ma una mezz'oretta era il tempo minimo per recarmi all'appuntamento. Mi vesto senza neppure asciugarmi, arraffo soldi e cellulare ed esco coi capelli bagnati. Non è lontano, non avessi il bastone in 10min sarei arrivata, ma sono come sono (cantavano i Bluvertigo) e mi affretto per quanto posso con i miei passetti a 3 zampe sotto la canicola. In 20min arrivo, ma non c'è nessuno, messaggio, chiamo, nessuna risposta. Chiedo alla barista e mi dice che se ne sono andati da un quarto d'ora. Chiamo di nuovo, niente.
Sconfortata, davvero intristita mando un'ultimo messaggio piuttosto offesa (se non volevano aspettarmi perchè farmi uscire di fretta? bastava dirlo, mi sarei risparmiata lo sbattimento) e me ne torno a casa. Per fortuna i miei non s'erano neppure accorti che fossi uscita, e trovo il pranzo anche per me.
Lo sbattimento, la delusione e l'inevitabile interrogarmi sull'accaduto mi affaticano per il resto della giornata, non ho voglia di arrovellarmici troppo, è probabile che le altre persone con cui era la mia amica non fossero così contente di vedermi, non sarebbe la prima volta che m'illudono così e non so proprio cosa farci. Prendo e metto in saccoccia, confidando in un karma che però per me non ha mai risvolti positivi. E' un po' di tempo che credo che nella commedia della vita non si possa esser tutti destinati al lieto fine, evidentemente il mio ruolo è quello dell'emarginata.
Penso che posso tentare di ribaltare le sorti di un sabato iniziato così tristemente cercando altri amici per la serata, ma non c'è nessuno disponibile. Alle sette di sera mi arrendo, stanca, triste, dopo aver collezionato sms di risposta che mi sbattono in faccia l'intensa vita sociale altrui, cosa che sento sempre più inarrivabile per me...
Stamattina chatto brevemente con la mia compagna di banco del liceo. Da adolescenti apparivamo come il diavolo e l'acqua santa, esattamente l'opposto una dell'altra: io metallara con fama di satanista e drogata che non ha mai preso più di 3 in greco, lei cattolicissima, sportiva ed eccellente negli studi. Ma siamo sempre andate molto d'accordo, entrambe profondamente rispettose delle altrui diversità; tanto che siamo amiche ancora adesso.
Dicevo, in un breve scambio via chat con la mia antitesi le confido il mio sconforto e lei mi ricorda come la mia disabilità sia spaventosa per il prossimo, dell'egoismo delle persone... già, a volte me ne scordo di essere malata -stupida- tanto più che rispetto all'anno scorso, che non potevo camminare ed ero confinata a letto, adesso lavoro, cammino, prendo l'autobus e mi dimentico che i miei amici probabilmente in me vedono sempre quella che l'estate scorsa è stata quasi un mese ricoverata in ospedale, che non aveva il controllo motorio della sua parte sinistra, era mostruosamente dimagrita e più accantuatamente da una gamba sola, che si spegneva le sigarette addosso senza accorgersene e faceva fatica persino a star seduta.
Mi ferisce che tutti si ricordino così bene di me un'anno fa, e non si ricordino di come ero prima, di quando stavo bene, che lo sono stata per anni, di Silvia che girava in vespa e tirava tardi peggio di tutti loro messi assieme, ma soprattutto che non si accorgano che in un'anno mi sono ripresa moltissimo, che sto tornando normale, che non c'è poi tanta differenza tra me e loro, non tutta quella che credono.
In quest'anno la mia malattia ha terrorizzato e allontanato tutti quanti, ha fatto emergere pavidità, meschinità, egoismo e raccapriccio in tutti: amici e parenti.
Anche io ho avuto paura, moltissima paura, soprattutto di rimanere per sempre zoppa o peggio, ma non è stato così, anzi adesso credo che potrei tornare perfettamente normale, tra un po'... sto pensando che potrei di nuovo correre e presto voglio provarci.
Ma tutto questo gli altri non vogliono vederlo, non m'invitano neppure ad uscire, decidendo loro quello che sono o non sono in grado di fare, senza neppure consultarmi, ed escludendomi a priori da attività che invece potrei affrontare benissimo, incarcerandomi in uno stato di disabilità completamente distorto e malinteso che non ha nulla a che fare con le mie reali condizioni, e magari credono di usarmi riguardo, invece mi discriminano con un comportamento col quale proteggono solo loro stessi emarginandomi, stravolgendo secondo chissà quali ragionamenti malati quella che sono, che sono stata, che sto diventando.
Vedo chiaramente nel loro sguardo una pietà beghina (sì, anche -anzi- soprattutto da parte di quelli che si credono avversi alla morale cattolica) che mi avvilisce e mi umilia, profondamente.
Poverini, loro credono di essere pietosi con me, ma se non capiscono quando cerco di spiegar loro le mie condizioni -e lo faccio, accidenti se lo faccio, potrei dire che spendo il 40% della conversazione a cercare d'istruire il prossimo su come non mettermi in difficoltà, perchè se ne preoccupano i miei amici, lo apprezzo davvero il loro maldestro tentativo di aiutarmi e comprendermi- ma sembra non ascoltino affatto, o non riescano a capire, tanto sono concentrati nel tentativo di esser "buoni" con me.
Tutto inutile se ancora non hanno capito che per me non è un problema camminare, ma correre; che per me è molto più faticoso star ferma in piedi che far le scale; che fondamentalmente sono soltanto un po' più lenta, e se loro in 10min riescono ad essere fuori di casa a me ce ne vogliono 20, e non perchè cincischio, ma perchè nei gesti del prepararmi sono più lenta; ed essendo tutta la questione psicosomatica, se mi si fa fretta, quei 10min in più che mi ci vogliono diventano anche 20 o 30 se nel frattempo mi stanno a stressare con sms o squilli di sollecitazione, perchè se già devo sbrigarmi, dover interrompere quello che sto facendo per recuperare il cellulare e leggere "ti muovi?" o "a che punto sei?" complica tutto, e mi rallenta ulteriormente.
Ci sono pochissime persone con cui non mi sento mai a disagio, e alla fine mi sono resa conto che semplicemete sono coloro che conoscono ed applicano le regole della buona educazione e sanno esere gentili, in questa società schifosa dove altro che morta, è trapassata la gentilezza verso il prossimo, ed essere cafoni fa figo.
Sono la mia amica che quando gli dico che sono stanca approfitta dei 5min (che per me sono più che sufficienti a riprendermi) in cui mi siedo un momento per guardarsi una vetrina o girarsi una siga; sono il mio amico sempre in ritardo che però ha l'educazione di avvisarmi, in modo che non debba aspettarlo per mezz'ora in piedi sotto casa e mi fa lo squillo quando arriva, aspettando lui i 2min che mi ci vogliono a scendere con l'ascensore, tanto mi aspetta seduto in auto.
Sono persone che non hanno per me trattamenti di riguardo, ma evidentemente sono solo gentili ed educate, e probabilmente fanno così con tutti, non solo con me perchè sono malata. Non provano pena per me e abbiamo un rapporto alla pari, perchè mi propongono la prima cosa che gli viene in mente, sapendo che ho la consapevolezza dei miei limiti, mentre per altre questioni a volte ho addirittura l'impressione che mi considerino superiore a loro, o comunque non mi trattano come una povera sfigata da compatire, ma hanno stima di me e chiedono il mio consiglio.
Sono passati i giorni in cui la depressione, lo shock e la paura mi rendevano una bimbetta lagnosa e aggressiva, preda dell'ansia e degli attacchi di panico; seppur ancora claudicante e facilmente affaticabile ho imparato a gestire tutto quanto e non sono mai stata così consapevole. Sono inevitabilmente maturata, tanto che spesso mi sento anziana e così diversa ascoltando i miei amici, i loro problemi cui partecipo comunque con rispetto e affetto perchè così diversi da quelli che ho affrontato io e li invidio della loro quotidianità ordinaria, della loro capacità di perdersi umanamente in questioni che se adesso capitassero a me probabilmente non potrebbero sconvolgermi più di tanto; mi sento orribilmente diversa, come se fossi stata in guerra, non ho nulla di più degli altri, nulla per cui sentirmi superiore, ho solo avuto esperienze orribili e non credo di aver da vantarmi ad averle superate, avrei preferito di gran lunga non essere malata; perchè è vero, ne sto uscendo, ho affrontato un mostro orribile che distrugge molti (vedo persone annientate dalla mia stessa malattia ogni volta che vado a fisioterapia) e sono fiera di non essermi lasciata sconfiggere, del mio essere guerriera, ma tutto questo mi fa sentire immensamente sola, le persone a cui voglio bene mi tengono a distanza perchè faccio impressione, perchè non sanno come rapportarsi con me e scelgono di non farlo affatto, addirittura qualcuno perchè non sto più così male e non accetta il mio essere persona e non più solo una malata da accudire, altri vedo che ogni tanto mi concedono la loro compagnia come se fosse una buona azione, ma senza esagerare nella frequenza...
Vorrei rivendicare il mio essere persona, in tutta la sua totalità, poter rendere invisibile il mio bastone e che il prossimo smettesse di considerarmi inferiore a sè -e in un resatto d'orgoglio mi verrebbe malignamente da dire "vorrei vedervi a voi, miei pavidi amici, spaventati solo al vedere in me il male, ad affrontare la mia esperienza: sono sicura che la maggior parte di voi, nelle mie stesse condizioni, avrebbe perso ogni umanità, riducendosi al più squallido e arreso lagnoso subumano fardello per la propria famiglia" ma non lo dico, lo penso e basta, che tra l'altro la malattia mi ha reso più condiscendente delle debolezze altrui- vorrei che questa nota arrivasse dove deve, a illuminare chi non mi capisce e mi teme, che finalmente non stia più a tener le distanze; a ringraziare chi mi fa stare bene... a ribadire che vi amo, vi amo tutti, altrimenti non mi sarei neppure incazzata le volte che l'ho fatto.